A più di due mesi di distanza dalla sua partenza, mi è giunta una mail della coinquilina. Si tratta di una mail di lunghezza sconsiderata, che mi permetto di pubblicare contro la sua volontà in versione quasi integrale.
...all'inizio... e anzi ancora adesso... (sì insomma sono passati solo due mesi... ma mi sembra sia passato almeno un anno)... paghi lo scotto. Rischi, ogni singolo giorno, la vita mentre attraversi la strada, la gente è così diretta da sembrarti invadente e maleducata, fai errori su errori al lavoro... solo perché non sei più abituato a pensare... e pensi "ma mi sono rincoglionita?" anzi .. ancor peggio... pensi ..."Eeeeh??", e sei lento, o comunque, gli altri sono più veloci di te, e fai un sacco di inutili rumori mentre mangi... e tutti ti guardano... e pensano... "Ma che ha?"
Due mesi... gettata al mondo... colori, luci, rumori e sapori... all'inizio ti affascinano e stordiscono... e pensi "Bello, sono stata eliminata dalla casa del grande fratello prima di arrivare al traguardo, ma chissenefrega... la realtà è molto meglio". Sì insomma... la realtà è reale. Ma poi, quando sei stanco, e fa caldo, e realizzi che non c'è un condizionatore nel raggio di un chilometro... e le metro non corrono per sciopero... perché la gente, scontenta, ha pensato quella mattina di andare in piazza e gridare la sua "OPINIONE"... Eeeeeh?? OPINIONE??? (OK opinione?)... e quindi tutto è in subbuglio... ed entri in un bar per chiedere di usare il bagno dopo esserti scolata un litro e mezzo d'acqua perché il processo di disidratazione è ormai avanzato, e invece di trovare un'asettica signorina sorridente con un bel fiocco alla gola che ti dice "IRASSHAIMASE!" e che sembra essere stata lì tutto il giorno aspettando te (si è svegliata la mattina, truccata, vestita, e provato quell'irasshaimase! allo specchio almeno trenta volte prima di uscire, solo perché ti aspettava e voleva essere perfetta. Gentile. "Il povero okyakusama deve andare al bagno...") ... Trovi al banco una vecchia megera puzzolente con la sigaretta in bocca che ti dice "E' guasto". E allora ti chiedi... cosa è meglio? Forse quel limbo... quelle pareti e quei pavimenti imbottiti... OVATTA dappertutto. Cadi, ma non te ne accorgi... Non lo so. Ma so che mi sono trovata più di una volta a pensare: "Era tutto così facile", e io ho scelto la via più difficile. E ne sono contenta... ma la verità è che era tutto così facile. E allora perchè non dirlo.
La sensazione di tornare. E' stranissima. Una macchina del tempo (l'aereo) ti riporta indietro e vedi tutti i tuoi amici e parenti, ma tu ti senti stordito. Troppi colori, troppe luci, troppi abbracci. Sì! Vi voglio bene ... ma non dobbiamo per forza dircelo o dimostrarcelo. Ma poi ti riabitui, e ti ripiace. E Osaka-ko, e il vuoto fluttuante... diventano un ricordo sbiaditissimo, come il sapore del gelato del combini... e l'odore del detersivo del 100 yen shop.
Ma poi quella telefonata, ieri, mi ha riportato indietro... un altro personaggio è uscito dalla casa. Venerdì, 20/07/2007 ore 00:13. "Ehi, guarda che c'eri anche tu... ti ho visto... ti hanno visto tutti", sento dall'altra parte del telefono. Ma chi è?, mi chiedo. Poi... tutto è riemerso.
Non riuscivo a dormire. Quella voce al telefono... una sconosciuta. Eppure quella tuonante risata era così familiare. Ho aperto armadi e cassetti, ho cercato, ho scavato... e poi alla fine ho trovato! Ho trovato una vecchia busta blu, con uno strano fiore sul retro... sopra c'era scritto NOVA. E un coniglio che mi sorrideva dall'angolo della busta. Strano, non l'avevo mai vista... ma di chi è? Alla fine ho preso coraggio e con le mani tremanti ho aperto la busta. C'erano un sacco di numeri. Tasse, trasporto... sembrava una vecchia busta paga... e poi vedo il mio nome... apparentemente una persona con il mio stesso nome ha lavorato in questo posto. Ma allora perché la sua busta paga è nel mio cassetto? Mille pensieri si affollavano nella mia mente. "Forse sono stata adottata". "Forse i miei genitori non sono i miei genitori". "Forse ho una sorella gemella in giro per il mondo... e le sue buste paga vengono direttamente recapitate nel mio cassetto (Via R. Falvo, stanza numero 3, armadio bianco, cassetto centrale, Napoli/Vomero). Eeeeh??? EEEEHH??? Non caspico,,, non caspico! Strani suoni (Eeeeehh? EEEEEHH???) provenivano da me.
Un momento. Che sta succedendo?? Mi rilasso... faccio un lungo respiro. Mi accendo una sigaretta.
... e la ricerca continua, riemerge dal cassetto, che intanto è diventato sempre più profondo (profondissimo). Un telefonino bianco... "Eeeehh?" (prima reazione). "EH? EEHH?" (seconda reazione).
Ma perché cazzo continuo a dire "Eeeehhh????"?
"Mmmm... Soft Bank". Banca soffice. Ma che significa? Sarà un nome in codice.
Comincio a smanettare con il telefonino bianco. Non l'avevo mai visto prima. Almeno credo... sì... insomma, in Italia non ne fanno così. Almeno credo. Eppure dopo pochi secondi comincio a darmi un gran da fare con 'sto aggeggio. Controllo anche l'effetto della vibrazione in mezzo alle gambe. E poi all'improvviso mi rendo conto che lo so usare. Ma com'è possibile? Ne leggo i messaggi. E poi, improvvisamente, immagini terrificanti di uomini armati di coltelli insanguinati e tazzine del caffè, donne con la gola squarciata si dispiegano davanti ai miei occhi... Ho paura.
Spengo la sigaretta (dove avrò preso poi le sigarette? Io non fumo). E m'immergo nel cassetto, è diventato così profondo che ci cado dentro. Faccio una caduta di almeno trenta metri, ma cado sul morbido... era fatto tutto d'ovatta, l'interno del cassetto. Mi piace, mi sento protetta. Anche i miei gesti, i miei respiri. Tutto a rilento. Non fa né caldo né freddo. "Le piace la primavera?", "Perché le piace?", "Ci sono tanti fiori!". Strane voci mi affollano la mente. Ma in maniera naturale. Non ho paura. Nel cassetto trovo un piccolo frigorifero grigio. Lo apro, e litri e litri di latte cominciano a sgorgare. Poi, come per magia, una mini signorina tutta vestita di rosa, uscita da non so dove (forse dall'interno della mia vestaglia), con una bacchetta magica con la punta a forma di Hello Kitty mi sorride e dice: "Daijoubu! Demo, anata ga yokute mo minna ga komaru yo! Korekara, ki wo tsukete ne!", e con un colpo di bacchetta tutto è pulito di nuovo... mi giro per ringraziarla ma è già sparita.
Il cassetto si dilata. Ora sono in un corridoio, lo percorro. Sento il rumore dei miei passi come se sotto al pavimento non ci fosse nulla. Un forte odore d'incenso mi pervade le narici. ... e mi ritrovo a terra. O meglio su un letto... ma senza letto, sì insomma un materasso poggiato a terra, marrone. A pensarci bene è tutto marrone eccetto una tenda tricolore. Esploro la stanza, scosto le tende e mi ritrovo i vicini accomodati fuori al balcone su comode poltrone rosse, che attendono qualcosa tutti eccitati, sbattono mani e piedi a terra, appena intravedono qualcosa o qualcuno dietro la tenda. Mi stendo su quel letto. Mi piace, è morbido. Ma non ci capisco nulla. Mi arrotolo su me stessa e comincio a piangere. Voglio tornare a casa. Come faccio a ritornare nel cassetto... voglio capirci qualcosa.
Qualcuno mi dia una spiegazione. Qualcuno mi spieghi perché non ho paura, perché tutto è così familiare... perché non c'è nessuno?? A questo punto dovrebbe sbucare qualcuno, un personaggio chiave. Qualcuno che mi indichi la fine del sogno, qualcuno che mi riveli le verità nascoste dell'universo.... qualcuno che mi dia un potere magico, qualcuno che mi spieghi che cosa cazzo ci faccio lì, che ne so... anche un coniglio rosa andrebbe bene.
La sigaretta a volte si attacca alle labbra. Oppure, la pelle del braccio a volte si attacca al vetro, o al tavolo, e tira un po' quando lo alzi. A lei si è attaccata all'asfalto. L'asfalto senza grumi, senza rattoppi, più piatto del mare quando è piatto. Lei ha la guancia sull'asfalto, ha il dorso delle braccia sull'asfalto, ha le ginocchia stroppiate sull'asfalto, è tutta sull'asfalto e ha gli occhi aperti. Il tuffo è stato impeccabile. Tra poco avrà anche un mare in cui non nuotare. Un piccolo mare rosso. Più una pozzanghera, forse. Ora, penserà lei, che si chiama Yuko, posso nuotare. E invece no, a me non sta bene. E allora stacca quella pelle dall'asfalto, Yuko, e torna su. Torna al primo piano, dove hai pensato a quell'inutile giorno bianco in cui sei riuscita a non vedere nessuno per 24 ore filate, a non sentire nessuno, a non rispondere nemmeno a un messaggio, ci eri quasi riuscita, avevi pensato, ma poi tuo fratello era entrato in camera tua sfondando la porta e tu eri uscita come dal sonno. Ti faccio tornare al secondo piano, dove forse per un attimo ti eri pentita, dove avevi già preso una velocità che al massimo sulle montagne russe, ma in questo paese anche le montagne russe vanno piano, dite che sono pericolose e ci andate ma piano piano, ma come gridate quando ci salite, gridate solo per finta. Tu però velocissima al secondo piano non gridi, quando è per davvero state zitti, cadete in silenzio, e forse stai pensando che potevi rimandare ancora un po', forse, io non lo so, non c'ero. Sali sali, risali fino al terzo, magari al terzo c'è casa tua, con dentro la tua famiglia, cioè i figuranti che interpretano la tua famiglia, perché è così che li vedi tu, ed è così che fanno loro, fate tutti i figuranti, in quella casa ma non solo in quella siete tutti attoruncoli senza copione, non sapete che fare e che dire quindi non dite niente, e tu non lo sai, Yuko, ma poi tuo padre, forse domani, chiederà scusa a tutti. Prima ti troveranno giù, al piano terra, un burattino sfatto, poi si metteranno le mani in faccia senza emettere un suono, poi chiameranno amici e parenti e chiederanno scusa, diranno "Scusateci davvero", che mi sembra di averli sentiti, anche se non li ho sentiti, perché lo sento dire quando un cantierino ti blocca il passaggio sul marciapiede, quando a te basta girarci intorno e loro si scusano, ti indicano l'ovvio percorso che devi seguire e tu lo segui, inutilmente confuso, con dei dubbi che prima non avevi. Lui, tuo padre, chiederà scusa per te, e io, e noi, a quel punto non capiremo più che è successo. Dai, lascia stare, risali al quarto, con quell'arietta che comincia a farsi forte in faccia. Il quarto piano è quando hai aperto gli occhi, è quando ti sei detta che lo stavi facendo davvero, che non era la solita sera passata in giro fino a tardi per non stare a casa, perché a casa ci stai male e - ammettilo - non sai nemmeno perché, non ci hai mai pensato, o se ci hai pensato non sai come spiegarlo, che ogni parola ti sembra nuova, ma anzi no, nemmeno le conosci le parole. Non sai parlare ed è così che passi al quarto piano, in silenzio e con gli occhi semiaperti, che poi sembrano chiusi, forse lo sono anche, o magari sono aperti, ma che cambia? Il quinto piano per te è come il primo, comincia tutto lassù, da sopra il quinto piano, una sera di luglio, da un tetto che a Roma sarebbe stato pieno di antenne e che qua è pieno di niente in particolare, è solo un tetto. Ti sei guardata intorno, hai guardato il pezzo di città che si vede dal tuo palazzo, e io non lo so ma hai visto anche me, con la supervista che ti è venuta stasera, laggiù verso il centro c'ero io, mi hai visto con una misera lattina di birra in mano, in piedi di fronte ad altri in piedi di fronte a me, vicino al fiume, si parlava di Nutella (è sciocco ma è così), con degli sconosciuti insignificanti, e io che prendo il cellulare e ci trovo un messaggio tuo, un saluto, qualunque piccolezza, un gesto, un'icona saltellante. Ma niente messaggi, resto là con quelli e non so niente. Ti avrei risposto, poi? Non subito, non adesso, magari dopo, e tu intanto sul tetto che nemmeno guardi giù, lo sai benissimo cosa c'è giù, ci eri venuta l'altra sera, poi tre settimane fa, poi due mesi e mezzo fa, eri venuta a vedere, a prendere le misure con te stessa, con lo spazio esausto intorno a te; su questo tetto dove ti ho fatta risalire a forza, e dove devi stare buona, Yuko, resta lì e non ti muovere. Aspetta. Prendo la metro e arrivo. Andiamo a prenderci una birra, magari due o tre. Ferma là. Andiamo al karaoke, come per il mio compleanno, quel giorno orrendo che rispetto a oggi è luminoso, coi fiori il sole e tutto, anche con l'interprete che ride e canta, e chissenefrega dai, andiamo a Kyoto a mangiare l'anguilla. Tu aspetta là, arrivo, e se non sono io sarà qualcun altro.
Quando arriva il mio pezzo afferro il microfono e salgo sul tavolo. Calcio un paio di bicchieri in terra, uno dei due rovescia chuu-hai alla mela sulla mia borsa. Faccio una dedica, dico: "Vorrei dedicare questo pezzo al mio collega, che se ne va domattina", urlo e lo indico col microfono, poi continuo, mentre sul monitor già scorrono le parole senza che nessuno le canti, "Mi mancherai amico mio, ti ho conosciuto solo poco ma mi manchi già adesso che sei ancora qui", mentre barcollo sul tavolino e il pezzo di Madonna che ho scelto è a metà del primo ritornello non cantato. Una collega, fasciata da un vestitino che sembra un divano drogato anni '60, mi raggiunge sul tavolo cantando il pezzo di Madonna che ho scelto. Altri bicchieri si sfasciano in terra, ormai c'è un lago multicolore appiccicoso del quale fingo di non preoccuparmi quando, scendendo dal tavolo, mi ci immergo dentro fino allo stinco. Butto il microfono a caso alle mie spalle e mi lancio sull'amico, lo abbraccio e grido qualcosa di insensato. Ho lo stomaco messo male ma resisto. Do un bacio al collega che domattina se ne va mentre lui canta il pezzo di Madonna che ho scelto, che dovrebbe essere Causing a commotion ma sembra un altro. Il collega ricambia l'abbraccio, siamo stretti in orizzontale sui divanetti mentre la collega fa il coretto di questo pezzo dei No Doubt che è cominciato da poco o che è il pezzo di Madonna che ho scelto ma di cui non sono sicuro, potrei non averlo scelto io. Ho i piedi umidi. Piove, sono nel booth che scrivo un messaggio di nascosto, ho la quinta lezione consecutiva, l'ennesimo principiante che boccerò o promuoverò in base ai primi tre minuti di lezione. Il mio contatto nel team francese passa dal booth e mi chiede se stasera ho voglia di bere qualcosa, magari al Balabushka o in quell'altro locale in cui le giapponesi cercano gli stranieri e viceversa. "Ho un po' sonno", dico, "ieri al karaoke per salutare il collega che è partito ho fatto tardissimo e vorrei dormire". Un trainer tedesco mi vede col cellulare e si ferma accanto al mio booth. Gli dico che il cellulare non è il mio, che l'ho trovato qui e penso sia di una cinese. Indico una cinese a caso. Il trainer tedesco se ne va, lo vedo ripetere col labiale il numero sul mio cartellino. Conosco i numeri in tedesco perché ho iniziato a studiarlo, faccio lo scambio linguistico di tedesco con una collega tedesca. "Ha detto il mio numero", dico al contatto francese che si chiama in realtà Olaf, "L'ho visto mandare a memoria il mio numero", insisto. Lui mi dice "Il karaoke? Se n'è andato un altro italiano? Chi è?". Gli dico il nome del collega. "Ma non era due settimane fa?", mi domanda. Lo guardo. "Lo era?", chiedo. Suona la campanella. Mi siedo, mi schiarisco la voce, mi metto le cuffie e dico: "Cos'è questo rumore?". Dalle finestre al quindicesimo piano vedo le nuvole addensarsi intorno a certi grattacieli lontani. Sorseggio un café au lait in lattina durante il break, chiacchiero con il vicino di casa e collega che di cognome fa Biello. Ripeto "Cos'è questo rumore? Mi gira la testa". Mi dice che è un terremoto. Aggiunge che è anche fortino, questo. Si muove tutto. "Di nuovo?", dico, aggrappandomi al tavolo di legno della stand-by room. Penso a casa mia, che sta tremando da sola. Penso a quanto sto tremando in alto. "Questa è sussultoria", dice Biello, incurante. "Ho paura", dico. "Abituati. Subito", mi intima. La scossa non finisce. "Questo è vicino", ipotizzo. "Abituati, è meglio". Biello sfoglia annoiato dei depliant. I depliant tremano. Anche le mani tremano. "Ti voglio bene", dico al collega che domattina torna in Italia. Dai divanetti scivoliamo giù nella pozza di liquami alcolici che si sono rovesciati durante il pezzo di Madonna che ho scelto. Si sente ridere. Si sente parlare forte. "È questo il Giappone che cercavo quando sono venuta qua", mi dice Santé, la conoscente ubiqua che non ricordo di aver davvero conosciuto ma con cui a un certo punto mi sono trovato a Kyoto. Passeggiamo sotto i ciliegi. Conversiamo in francese. Conversiamo in italiano. È uguale. "Questa idea del Giappone con le casine i ciliegi le geishe è borghese", dico, "Il Giappone è le sopraelevate". Santé si ferma a fare una foto a una maiko, quella finge di non essersi accorta che Santé le sta facendo la foto. Rimane immobile sotto al ciliegio, si copre dal sole con la mano, alle sue spalle un fiumiciattolo scorre didascalico. Anche la scritta col nome del ponte sembra una didascalia, sembra che dica "Questo è un ponte su un fiume con i ciliegi e questa è una geisha". Santé mi sottopone alcuni dubbi di grammatica. Riguardano gli avverbi. Le rispondo con professionalità, le dico che agli avverbi piace scherzare, che gli piace spostarsi. Mi arriva una gomitata in faccia, sullo zigomo. Faccio il duro e continuo a palleggiare verso il canestro. Il mio avversario è un altro collega. È tedesco. Tempo fa l'ho costretto a parlarmi solo in tedesco. Non parliamo molto. Giochiamo uno contro uno. Tiro. Mi stoppa. Prendo il rimbalzo e mi lancio a testa bassa contro di lui. È grande e grosso, non si scompone. Tiro. La palla si mette a girare sull'anello. Gira per un paio di minuti. Quando sento il fruscio della retina lui mi dà un ceffone sulla nuca e dice qualcosa che non capisco ma ho l'impressione di capire. Sorride. Ho il fiatone. Il sole esce da dietro una nuvola celeste e si riflette sui sassi bianchi del campo. Il mio contatto francese ripassa accanto al booth. Mi domanda aggiornamenti sul viaggio. Dico che se non trova le sostituzioni il viaggio non lo possiamo fare. Dice che le troverà o si darà malato. Comincio la lezione. Il mio contatto resta ad assistere. Mi dice col labiale che il suo studente non si è presentato. Insegno allo studente parole come "guazzabuglio", "ulteriore", "mastectomia". Lo studente è alla terza lezione e sembra spaventato. Il mio contatto francese apprezza. Si allontana ma prima mi passa un bigliettino su cui ha scritto che la terra sta tremando ancora. La coinquilina si fionda in camera mia: "Sono le 6:30, tra 10 minuti avremo perso il treno". Sono in pigiama. Sto dormendo. Ho dieci minuti per farmi la barba, la doccia, vestirmi e uscire. La coinquilina rotea per la casa. Compare in bagno, poi è davanti al frigorifero, si chiude in camera per vestirsi, è fuori dalla porta. Io, ancora in pigiama. In treno per miracolo, ansimo. La coinquilina guarda fuori dal finestrino il nero del tunnel. "Parto a maggio", dice, fissando il vuoto. Le chiedo dove se ne va stavolta. "A casa", dice. Il treno si incunea in quello che ora più che mai è il nulla. "Ho dato le dimissioni, me ne vado", aggiunge, poi risponde al cellulare. Ho la camicia appiccicosa, anche il collega che domattina torna in Italia si lamenta dello schifo in cui ci rotoliamo. "Non andartene ciccio", gli dico, vedo i miei occhi rossi riflessi nella pozza verde, "Se ne va anche la coinquilina", rivelo. "Lo so", dice. "Lo sai?". "Ha dato le dimissioni un mese fa", dice, incastrato sotto di me in un insensato abbraccio nella melma con una canzone di Madonna che ho messo io. "A me l'ha detto ieri", faccio, deluso. "Ma se a me l'hai detto tu", fa. Scivolo da sopra di lui e scompaio sotto al tavolo. Tutto trema, le colleghe ballano sul tavolo la canzone di Madonna o forse è un altro terremoto o forse è quello dell'altro giorno che non è finito o sta iniziando adesso. Il treno esce dal tunnel, si ferma davanti al mio booth, scendiamo e siamo già a casa.
Con la coinquilina in Germania, i giorni passano come un unico, enorme ammasso di ore. La casa non sembra vuota ma immobile. Non c'è tristezza ma confusione. I piatti nel lavello sembra che siano sempre stati lì. Butto il tofu scaduto nella spazzatura. Preparo un tè coreano alla prugna ma mi scordo di berlo. Lo ritrovo lì, ancora fumante, un paio di giorni dopo. Che ora è? Fuori c'è sempre la stessa luce. Nel dubbio mi preparo ed esco, mi dirigo verso l'ufficio. Siccome ho dimenticato l'orologio non so che ora sia. Prendo il treno al volo, trovo posto come al solito. Ragazzi in divisa scolastica giocano coi cellulari. Signori anziani inviano messaggi coi cellulari. Passano le fermate e il cielo, prima che il treno si immerga nel sottosuolo, è una lastra grigia, porosa, banale. Ricevo un messaggio mentre gioco col cellulare. È l'americana, dice se vado sulla ruota panoramica con lei nel pomeriggio. Ma quale pomeriggio? E quale ruota? Osaka è piena di ruote panoramiche. Arrivo in ufficio, timbro il cartellino e mi dirigo al booth. Un francese mi propone un attentato al palazzo della nostra società, dice che è ora di farli saltare tutti in aria. Solita sequenza di lezioni insensate. Mi capita una ragazzina che ha la voce più bassa della mia. Si chiama Takami. È molto seria, sembra anche abbastanza sveglia. Stiamo parlando del tempo libero. Le sto fornendo una serie interessante di opzioni: giocare a tennis, giocare a golf, leggere un libro, ascoltare la musica, cucinare la cucina italiana. Dice che nel tempo libero gioca a pallacanestro con le sue amiche. Dice che nel tempo libero le piace leggere storie sui (si aiuta col dizionario elettronico) senzatetto. Avrà quindici anni. Le sto mostrando in silenzio alcune immagini di attività da tempo libero. La vedo che annuisce nel monitor, non emette un suono e nemmeno io. Guardiamo in silenzio le immagini e i disegni in cui non-persone fanno cose in non-luoghi. Stiamo guardando l'immagine di una donna che misura un paio di scarpe in un negozio quando sento un botto. Il botto si ripete. È ritmico. Sono le tende di plastica che sbattono da un lato all'altro della finestra. Lo fanno per tutta la sala, per tutto il tredicesimo piano. Sono tanti botti ritmici. Creamy passa accanto al mio booth correndo. Si agita, dice qualcosa che sulle prime non capisco, ma poi vedo un paio di colleghi che si alzano dai booth con le cuffie in testa e li sento dire alcune parole-chiave: sentito; gira; terremoto; madonna. Le tende continuano a sbattere mentre mi accorgo che il monitor lo guardo e non lo guardo, non riesco a tenere gli occhi fissi su un punto. La mia testa. Non sta ferma. Dico qualcosa alla studentessa. Le chiedo cosa fa nel tempo libero. Lei pensa e controlla gli appunti. Un collega tedesco nel booth accanto al mio mi guarda. Si stanno alzando tutti. Alcuni abbandonano le cuffie. Creamy si aggrappa a una parete. Io sbarro gli occhi. La studentessa mi fissa, sembra preoccupata. Spengo il microfono e chiedo che cazzo succede. "Ma quale terremoto, i francesi hanno messo una bomba!", grido. Riaccendo il microfono e dico "Tempo libero". Qualcuno alza una delle tende. Lo vedo barcollare, barcolla a tempo col palazzo di fronte al nostro. La studentessa dice che a lei, nel tempo libero, non piace cucinare la cucina italiana. Preferisce mangiare la cucina italiana. Spengo il microfono, lo riaccendo, due o tre volte. Dico, ma non so a chi, che il tempo è imploso, che i francesi hanno fatto implodere il tempo libero, che il terremoto è infinito nel tempo.
Da qualche giorno mi guardo intorno con circospezione. Ho paura di sedermi sull'interprete in metro o al bagno, di friggerla in padella, di suonarla a un incrocio quando vado in bicicletta, comprarla per sbaglio al combini. Faccio attenzione a ciò che ho intorno, prima di toccare qualunque cosa mi assicuro che non sia l'interprete. Poi, un pomeriggio in cui mi sento più al sicuro, vado a vedere il sumo. C'è un importante torneo a Osaka e con la coinquilina e un paio di colleghe abbiamo preso un costoso tatami da dividere per assistere agli incontri. Una delle colleghe, Creamy, che tutti temono per la risata incontrollata e perché si dice sia violenta e un po' zozza, asserisce di essere lì per avvicinare il famoso Kotooshu, lottatore bulgaro importato in Giappone e assurto a numero 2 in classifica da ormai qualche tempo, e possibilmente toccarlo e forse qualcosa di più. "Si sa che i bulgari sono superdotati", dice a me ma soprattutto alle due donne, lancia loro uno sguardo di stupore e malizia. In realtà ciò che colpisce di Kotooshu, quando ti passa accanto, è la sua imponenza. Alto più di due metri e letteralmente piombato di muscoli, col suo sguardo fisso, truce ma anche introverso e timido, mette a disagio su più livelli. È una montagna umana. Ha 24 anni e ne dimostra 37. Anch'io, come Creamy, arrivo a trovarlo attraente, ma in un modo che fa paura. Non escludo che sia lo stesso modo in cui lo trova attraente lei, che quando lo scorge o lo sente solo nominare si copre la bocca e ride istericamente ma negli occhi sembra che rifletta la morte. "Sicuramente sarà tutto in proporzione", aggiunge Creamy. Dopo tutta la serie di incontri preliminari tra i lottatori meno quotati, cominciano i pezzi grossi. Kotooshuu combatterà verso la fine. Noi, su un tatami che va bene per quattro giapponesi ma non per noi, paragoniamo subito il sumo al calcio. In questo stadio i lottatori si muovono liberamente senza essere assediati dagli ammiratori, ma soprattutto si muovono con un'eleganza per noi inedita. Colossali ammassi di adipe in yukata finemente decorati, quasi tutti con occhialetti da intellettuale dalle montature elegantissime, quando camminano sembra che fluttuino, o meglio che stiano in piedi su una pedana a rotelle. Indico a Creamy un paio di montature che mi piacerebbe avere. Creamy risponde con una battuta sulla monta. Pensiamo a Cassano, a Gattuso e a Totti. Non diciamo nulla a parte i loro nomi. Dagli spalti, Kotooshu sembra ancora più grande. Lo vediamo salire sul quadrato. Indossa il mega-perizoma da sumo e porta i capelli raccolti sulla nuca in una specie di cipollone. Così come molti altri, per i quali è normale, ma su di lui sembra davvero un'acconciatura e non uno status. Più ovvio di un onigiri, arriva il parallelo: "Se ci pensate", dico, "lui è un bulgaro in mezzo ai giapponesi che fa lo sport giapponese per eccellenza, e sembra fuori luogo. Noi siamo qui per vedere il sumo (ma fondamentalmente per vedere lui), e stiamo accalcati su un tatami in mezzo a questi giapponesi che ci guardano e pensano che siamo strani", concludo. "Noi siamo come lui", aggiungo. "Sì, ti piacerebbe!", grida Creamy scoppiando a ridere. I giapponesi intorno a noi ci guardano con pietà. "No, aspetta, dico sul serio. I suoi capelli sono come noi su questo assurdo tatami. Sono unti, sono messi così a forza, lui è un personaggio del sumo, non è un vero rikishi, e noi siamo personaggi tra il pubblico", insisto. La coinquilina addenta un mochi al cioccolato con dentro una fragola. L'altra collega, che è tedesca e non capisce l'italiano, ci fissa sorridente. "Ma qua sono tutti personaggi", dice la coinquilina con la bocca impastata di mochi, e ci indica un lottatore tanto alto quanto largo. È a forma di rombo. Ha le tette appese, porta come minimo una quarta. Ma lui non sembra un personaggio. Lui è la quintessenza del sumo. È ciò che ci si aspetta dall'idea di sumo. Un grassone in mutande con gli occhi orientali. Kotooshu è diverso. Kotooshuu stona. "Ecco, Kotooshu è fuori luogo qua", dico, e un istante dopo averlo detto mi arriva un ceffone. Creamy mi intima di tacere perché il bulgaro sta per iniziare a combattere e non vuole sentire quelle parole sul suo uomo. Si alza in piedi sul tatami e, con sommo stupore di tutti nel raggio di cinquanta metri, grida a squarciagola che lo ama. "Ma non è nemmeno giapponese", dico, "il sumo è come lo shinto, non puoi aderirci. Ha dovuto ottenere la cittadinanza giapponese per fare i tornei". "Quindi, di fatto, è giapponese", mi dice sottovoce la coinquilina, oggi stranamente pacata. "Ma la cittadinanza non significa niente, è inchiostro su carta". "Tu così avalli il razzismo e non lo sai", mi fredda la coinquilina. "Ma quale razzismo, è che tutto è solo un'immagine", dico, quasi lamentandomene, ma mi accorgo che sto parlando tanto per parlare. "Appunto", dice la coinquilina scartando il mochi che spettava a me, "Se tutto lo è, che male c'è?". Kotooshu vince l'incontro e lo stadio esplode in un applauso. Creamy scompare giù tra gli spalti. Forse io sono l'interprete, penso.
Al lavoro capitano ore di non lavoro. Nelle ore di non lavoro si sta al quindicesimo piano e si guardano i monitor con i nomi lampeggianti degli istruttori, il booth in cui stanno facendo lezione, il livello degli studenti a cui stanno facendo lezione, il tempo residuo prima della prossima lezione. Al quindicesimo piano c'è la sala fumatori, c'è un frigorifero, ci sono due distributori automatici di bevande. Dalle enormi finestre del quindicesimo piano si può guardare Osaka. Quando l'aria è tersa si vedono, a grande distanza, le montagne. Un giorno mi è sembrato di distinguere il profilo di ogni singolo albero, sulle montagne sullo sfondo. Sto facendo avanti e indietro dalla sala fumatori. Alcune colleghe in pausa pranzo si nutrono di vegetali. Decido che voglio un Georgia Café Au Lait® e mi avvicino a un distributore. Ma prima chiedo a un collega milanese se desidera bere qualcosa anche lui. "Cosa vorrebbe bere?", chiedo. "Vorrebbe bere... caffè", risponde. "Ah, ah, ah, attenzione... Lei vorrebbe, eh?, non io. Io... ?" "Io... vorreo?", dice. "Uhm... io vorreee... vorreee...?", insisto. "Io vorrè bere caffè!", conclude lui. Mi allontano dal collega burlone ridendo mentre lui mi punta l'indice facendo "ehehehe", strizzando l'occhiolino. Raccolgo dalla tasca le monetine e comincio a inserirle nella fessura. Si sente un suono. Come un nitrito. Mi guardo intorno. Tutto come prima: i cinesi isolati in un angolo, i francesi che complottano contro l'azienda, i miei colleghi che fanno i vegetariani. Il collega milanese sta facendo le corna di nascosto a una collega foggiana. Quando lei, di scatto, si gira lui alza gli occhi al cielo, fa il vago. Nessuno ha sentito il nitrito. Riprendo a inserire le monetine nella fessura, dieci yen alla volta. Il nitrito diventa un lamento acuto e soffocato, come una faccia schiacciata da un cuscino. Decido di ignorare il suono e continuo a inserire monetine. A ogni moneta che infilo, il suono si fa meno trascurabile. Chissenefrega, penso, ci sarà una tortora da qualche parte. 110 yen: premo il pulsante del Georgia Café Au Lait®. Non esce niente. Lo premo di nuovo. Niente. Do una scrollata al distributore. Qualcuno mi guarda. Sento mormorare qualcosa intorno a me. Mando a fare in culo il distributore e ricomincio a inserire i soldi. Di nuovo il suono, stavolta forte e chiaro: è un lamento di dolore. "Ma che cazzo è?", grido, dando un pugno al distributore. "Ennio! Ma sei scemo??", mi urla un collega accorrendo. Mi prende per un braccio e mi allontana dalla macchinetta. "Questa stronza non mi dà il caffè!", protesto. Do un calcio all'aria. Il collega mi intima di darmi una calmata. Arrivano altri colleghi. Una di loro si avvicina al distributore e gli dà una carezza. Vedo un'altra collega parlarci. Sta dicendo qualcosa sotto voce al distributore. "Ma che vi è preso?", domando al collega che mi sta ancora trattenendo. "Tu devi rimetterti insieme il cervello Ennio, perché ce l'hai a pezzi...", mi dice. Sbarro gli occhi. Guardo gli altri colleghi. Forse tutti loro amano i distributori automatici di bevande, penso. Dall'altra parte della sala, il collega milanese mi urla "Vorreo caffè peru fabore!" "Ennio", mi dice una collega, "meglio se scendi al tredicesimo piano. Ti dai una calmata là, poi torni su e chiedi scusa". "Chiedo scusa a chi? Non lo sapevo mica che amaste profondamente i distributori automatici di bevande! Lo scopro solo adesso!", mi difendo. L'altro collega mi sta ancora trattenendo, come si faceva a scuola quando due facevano a botte e arrivava il paciere. "Piantala Ennio, sei proprio un immaturo", mi dice la collega. Penso che è la prima volta che qualcuno mi insulta da quando sto qui. Le do della stronza senza nemmeno sapere perché. "Chiedi scusa, Ennio", dice qualcuno. Li guardo tutti, uno per uno. Seri, preoccupati. E sta per suonare la campanella. "Scusate", dico, "Mi dispiace di aver colpito il distributore automatico di bevande, ma mi aveva rubato i soldi. D'ora in poi tenterò di rispettarlo nella sua dignità di cosa", concludo. "Non devi chiedere scusa a noi, Ennio...", mi dice un altro collega fino a quel momento silenzioso, "... ma a lei", e mi indica la macchinetta. "Al distributore", affermo. "All'interprete", mi corregge lui. Suona la campanella. Guardo i monitor. Osaka fuori dalle finestre sembra un poster. Il collega milanese, da in fondo alla stanza, mi fa il gesto dell'ombrello e ride.
È l'ultimo giorno per vedere la fioritura degli ume, cioè i pruni. Con due colleghi (e vicini di casa) si decide di andare a vederli nel parco del castello di Osaka. Inforchiamo le biciclette e verso l'ora di pranzo ci avviamo. È una giornata perfetta: non una nuvola, il sole come un tuorlo d'uovo, brezza dal mare e profumo di cemento. Siamo di ottimo umore, tutti e tre. Da dove viviamo al castello di Osaka sono bei chilometri, li percorriamo scegliendo viuzze e strade meno trafficate. Chiacchieriamo, facciamo finte gare di velocità nella gioia, quando c'è una discesa allarghiamo le gambe e facciamo come in Butch Cassidy. Ci fermiamo in un combini a mangiare uno spuntino. Io prendo un nikuman; la collega prende una bottiglietta di tè al gelsomino; il collega prende delle mascherine per il raffreddore perché gli ricordano Actarus. Siamo molto felici. Attraversiamo il parco di Utsubo dove vediamo molti giapponesi rilassarsi al sole e pensiamo che è proprio una giornata stupenda. "È proprio una bella giornata", dico. "Sì, lo è", dice la vicina. "Sì, lo è", dice il vicino. Poco prima di arrivare, essendo ormai ora di pranzo, decidiamo di comprare da mangiare in un altro combini e di portare tutto al parco del castello, dove avremmo fatto un pic-nic sotto gli alberi in fiore, nella gioia e nella serenità. Pedaliamo felici nel parco del castello di Osaka, in cerca del giardino dei pruni. Inoltre chiacchieriamo amabilmente. "Hai visto quella troia schifosa di Samuela cos'ha fatto l'altro giorno?", dice la vicina. "No, cosa?", chiede il vicino. "Avrà fatto un bocchino a qualche trainer inglese", dico, sorridendo. "No, macchè! Molto peggio! Quella zoccola si è messa a uscire con Jacques, il francese che puzza di diarrea", ci racconta lei. "Non mi stupisce", interviene il vicino, "A forza di fare bocchini quella ha perso pure l'olfatto". "Ehi vicino, ma che c'entra l'odore di merda del francese con i pompini che quella fa?", domando, curioso, mentre parcheggiamo le bici. Nell'aria, diffuso da una brezza tiepida, l'odore delizioso degli ume. "In qualche modo c'entra", dice il vicino. "Quando si tratta di quella troia puttana tutto c'entra", insinua la vicina. Ridiamo gaii, tutti e tre. Nel giardino dei pruni ci sono molti giapponesi che ammirano la fioritura e scattano fotografie, soprattutto primi piani di questi bellissimi fiori. Li ammiriamo anche noi, li avviciniamo delicatamente al volto per godere del loro aroma e gioire dei loro soffici colori. Scatto una foto della vicina circondata da ramoscelli e fiori rosa e bianchi. Trovato uno spiazzetto erboso, ci sediamo e cominciamo a mangiare. "Immaginate se ci mettessimo a scopare selvaggiamente qua", dico. Loro ridono. "Sì, sarebbe davvero assurdo!", dice il vicino. "Sì!", conferma la vicina "dovreste davvero fare una gang bang con me sotto a questo ume! Vi immaginate le facce dei giapponesi?" "Sarebbe fantastico", dico, "tipo tu chiavata a sangue in bocca e in culo da me e dal vicino mentre i giapponesi guardano i fiori o in alternativa noi!". La vicina ride coprendosi la bocca, "Sei troppo simpatico!", mi dice sorridente. Mangiamo in silenzio sotto gli alberi, tra i fiori. Il sole ci scalda il volto, siamo in un'isola di pace nel cuore di un'immensa colata di cemento. Il vicino dopo pranzo sonnecchia sul prato. La vicina scatta qualche foto nostra e della fioritura. Io penso all'Italia, a quanto sia lontana, al fatto che è a forma di stivale e ha venti regioni molto diverse per lingua e tradizioni culinarie. "Ci avviamo? Mi sto frantumando i maroni", dice il vicino. "Uhm, forse sì...", annuisco. "Ma come sarebbe?? Pensavo volessi che ti pisciassi in faccia davanti a tutti", dice la vicina e tutti scoppiamo a ridere. Una signora anziana si ripara dal sole con l'ombrellino e ci sorride. Le sorridiamo. "Pensate che fico sarebbe cacare qua sotto al pruno", dico, ridendo sguaiatamente. Raccogliamo le cose e, tra le risate e i sorrisi dei giapponesi, ci allontaniamo. In bicicletta passiamo attraverso i gruppetti di giapponesi che passeggiano nel parco, la stradina sale verso il castello e dobbiamo pedalare in piedi per procedere. "Porcoddio che fatica!", grido. "Figa!", dice il vicino. La vicina ride. Arriviamo in cima alla salita, e da sotto a uno dei bastioni del castello possiamo godere di una vista mozzafiato sui grattacieli dell'Osaka Business Park, sui giardini del castello e su un tramonto che ci toglie il poco fiato residuo. Ansimiamo rapiti dal panorama. Ci guardiamo. Tento di dire qualcosa ma mi manca il respiro. Sono fuori allenamento. Il vicino dice "figa", lui è più in forma di noi e già riesce a parlare, poi aggiunge "Dobbiamo ringraziare le mille industrie e ciminiere di Osaka se possiamo assistere a un tramonto del genere". Le poche nuvole sembrano farina di vapore sparsa a velo su un cielo che passa dal rosso al blu attraversando tutte le sfumature che esistono, mentre il sole è un'arancia impazzita. "È incredibile...", dico. La vicina si toglie i jeans da in mezzo alle natiche e nessuno aggiunge più nulla per un po'.
Qualche istante prima di apparire in camera faccio una foto col cellulare allo studente che, ignaro, ripassa i suoi appunti piccoli piccoli. Lo sento che ripete tra sé i colori, ogni tanto lancia un'occhiata al suo quadernino con gli appuntini e - tenero - fa una smorfia quando non ricorda il marrone. Lui non può vedermi né sentirmi, io sento e vedo lui. Suona la campanella e io, come un ectoplasma, mi manifesto. E: "Buongiorno". X: "Buongiorno", mi sorride lui. Avrà settant'anni. E: "Come sta?" X: "Bene, grazie. E lei?", mi fa, entusiasta. E: "Bene". Lo fisso in silenzio. Lui annuisce e si guarda intorno. Lo vedo che nasconde il quadernino. X: "..." E: "..." X: "..." E: "..." X: "Eh?", fa. E: "Io mi chiamo Ennio", dico. X: "Ah, piacere", mi sorride ancora il nonnetto. E: "Piacere", rispondo. Lo fisso di nuovo. È calvo. Sbircio attraverso il sorriso i suoi dentini storti. X: "Un", dice lui, continuando ad annuire, col sorriso sempre in faccia. Sta aspettando la mia domanda rituale. Lo accontento. E: "E lei come si chiama?" X: "Mi chiamo Ken", dice, fa sì con la testa. E sorride. Mi sorride ancora. Fa una smorfia con la bocca che non significa niente di che. E: "Dove vive?" X: "Vivo a Tokushima", dice, speranzoso. Si aspetta un'altra domanda. Ma io so dov'è Tokushima, e la domanda non gliela faccio. E: "È andato in Italia?", faccio, invece. X: "Ah, mi dispiace, non sono andato a Italia..." E: "Non sono andato a Italia?", incalzo. X: "Eeeeh, aaaah, no... eeeh... Non sono andato... etoooo", farfuglia lui. E: "Non sono andato...?", insisto io. Non lo sa. Lo sento scartoffiare. X: "In Italia?" E: "Ah, bene, sì, non sono andato in Italia", confermo, deluso. Lui sorride di nuovo. Aspetta altre domande. Aspetta conferme. Si sente bravo, il nonnetto. X: "..." E: "Perché studia italiano?", domando, serissimo. X: "Eh? Ah? Perché?", dice, scuotendo la testa a destra e a sinistra come un cane bagnato. E: "Sì, perché?" X: "Eeeeeeh... perchééééé...", si blocca lui. E: "Sì. Perché". X: "Studio italiano perché vorrei andare in Italia", dice. Rimango inerte. Sospiro. Lui è pronto per la prossima domanda. Mi ha risposto in maniera esauriente, penserà. No, non lo ha fatto. E: "Studia italiano perché vuole andare in Italia?", ribatto. X: "Eh? Sì...", conferma. Guarda verso di me estasiato. È contento lui: ha fatto una frase lunga e non è stato corretto. E: "E le sembra un buon motivo?" X: "Eh?" E: "Ho detto: le sembra un buon motivo per studiare italiano? Lo studia perché vuole andare in Italia? E nemmeno c'è mai stato?" X: "Eeeeeeh? Motivo?" E: "Sì, motivo. Mo-ti-vo. Ok motivo?" X: "No... motivo... no capisco", dice. Si è fatto serio. Il suo piccolo momento di gloria col suo piccolo quadernino e i suoi appuntini piccolissimi è finito. Lo sento sfogliare pagine inutili. E: "Lei vorrebbe andare in Italia e parlare italiano?", dico, a razzo. X: "Eh? Scusi... no capisco", mi fa, scuro in volto e preoccupato. Perché non capisco più niente?, si starà chiedendo questo anziano signore che sorride spesso. E: "Ma alla sua età lei studia una lingua, non le sembra quantomeno bizzarro? Cosa pensa di farci?", gli domando. X: "..." E: "Non le sembra bizzarro?", ripeto, eliminando quantomeno. X: "Eeeeeeeeh... no capisco..." E: "La sua vita è finita o quasi. Non manca molto. Perché studia italiano?" X: "..." E: "Non le dà un forte senso di inutilità globale studiare una lingua in fin di vita?", chiedo. X: "Scusi... io..." E: "Non le sembra che tutte queste informazioni che lei riceve e si appunta, tutte queste parole già di per sé vuote diventino ancora più incommensurabilmente tragiche alla luce dei suoi settant'anni passati?", gli domando. X: "...", abbassa la testa sui suoi fogli e foglietti. Cerca le parole. Cerca qualcosa che significhi qualcosa. E: "Dunque?" X: "Io... vorrei andare in Italia...", reagisce, accenna un sorrisino velato. E: "Lei non risponde alla mia domanda, Ken. Non capisce?", domando, compiacente. X: "Ah! No, no! No capisco!", esclama, la sua boccuccia vecchia si apre in un sorrisone. Ha capito che gli ho chiesto se ha capito e ora è felice. Il suo senso è tutto là. E: "Va bene, Ken. Mi dica, le piace la pizza?"